Con i NO-MUOS – Contro l’aggressione alla Siria – Presidio – Microfono aperto – Video – Mostra

bonino ribelliDopo le lacrime di coccodrillo e l’ipocrita adesione al “Digiuno di Pace”, il governo italiano: Continua ad appoggiare le milizie dei “ribelli” tagliagole che stanno insanguinando la Siria; Invia due navi militari che si sono unite alla Flotta Nato; Si appresta ad inviare in Giordania batterie antimissili e soldati; Si appresta a nuove spese militari.
Il 28 settembre, a Palermo, attivisti da tutta Italia manifesteranno contro il MUOS (Mobile User Objective System): un gigantesco sistema di comunicazioni USA altamente inquinante e destinato, tra l’altro, a coordinare i droni, gli aerei senza pilota (allocati a Sigonella) che si stanno distinguendo per le “esecuzioni mirate” in Afghanistan, Sudan e nel resto del mondo.
Il 28 settembre saremo idealmente a fianco degli attivisti del No-MUOS collegandoci in video-diretta streaming alla manifestazione di Palermo.
NapoliNoWar

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SIRIA: la guerra infinita del capitale continua
a travestirsi da agnello umanitario.

La crisi siriana ha vissuto nelle scorse settimane una potente accelerazione a causa delle minacce di intervento militare diretto da parte degli Usa e della Francia, oltre che della Turchia e delle petrolmonarchie. Il pretesto agitato in questo caso è stato l’utilizzo di armi chimiche attribuito al governo di Assad da quelle stesse potenze che scalpitavano per intervenire e dagli oppositori armati siriani. Quegli oppositori che sono sostenuti diplomaticamente, economicamente e militarmente dalle potenze occidentali e dalle petrolmonarchie.
Che si trattasse di un pretesto lo capiscono anche i bambini, visto che si ripete lo stesso giochino messo in atto più volte nel corso dell’ultimo ventennio, con prove costruite ad arte e rivelatesi false in seguito all’avvenuto intervento militare che erano servite a giustificare: le armi di distruzione di massa in Iraq, gli stupri etnici in Kosovo, le fosse comuni in Libia ed ora i gas in Siria. Solo i media asserviti ai governi e agli interessi economici da questi rappresentati possono far finta di crederci e contribuire a diffondere questa palese falsità. Del resto sono quegli stessi giornali che in Italia sin dall’inizio hanno legittimato i cosiddetti ribelli siriani come lottatori per la libertà e la democrazia, perfettamente in sintonia con il governo italiano in prima linea nell’alimentare il conflitto in Siria, prima con le sanzioni economiche contro il popolo siriano, poi con l’invio di finanziamenti, istruttori militari ed armi ai ribelli ed il loro riconoscimento quali “unici rappresentanti del popolo siriano”.
Certo partendo anche dalla propria diretta esperienza in Siria, qualche voce di denuncia su chi sono questi tagliagole si è levata e si dato conto della loro ferocia, delle esecuzioni sommarie, degli attentati, ma solo per servire al meglio la prudenza del nostro governo che di fronte alle posizioni in campo prende tempo: da una parte, con Bonino e Mauro in testa, mette i panni del pacifismo e partecipa al digiuno chiamato dal Papa, dall’altra condanna Assad e l’uso del gas, partecipa al tavolo degli “Amici della Siria”, invia due navi militari davanti alle coste siriane e missili e militari in Giordania.
Chi sono i veri criminali di guerra e quali ragioni li muovono
Il governo Usa e quello Francese, seguiti a ruota dalle altre potenze occidentali e dalle petrolmonarchie, fanno finta di indignarsi per l’uso di armi chimiche, ma sono gli stessi che hanno utilizzato e continuano ad utilizzare le più micidiali armi di distruzione di massa provocando lo sterminio di intere popolazioni.
Senza riandare all’utilizzo della bomba atomica alla fine della seconda guerra mondiale su due metropoli giapponesi, o all’uso del Napalm nel corso dell’aggressione al Vietnam, si possono ricordare l’utilizzo del fosforo bianco in Iraq, le bombe ad uranio impoverito o le armi segrete di ultima generazione sperimentate in Libia, senza contare i micidiali missili e droni telecomandati da migliaia di kilometri di distanza che continuano a seminare morte e distruzione tra i civili di vari paesi, Afghanistan e Pakistan in primis. Quanto alle armi chimiche va ricordato che gli Usa sono ancora tra i principali possessori di questi armamenti di cui evidentemente si arrogano il diritto di essere i soli a decidere chi può detenerle, così come per le bombe atomiche.
Le ragioni umanitarie o di difesa della democrazia sono un semplice paravento, visto che tra i ribelli siriani sono presenti i peggiori tagliagole e terroristi mai visti in circolazione, mentre tra gli alleati privilegiati degli Usa compaiono paesi come l’Arabia Saudita, che governano i loro popoli con un’oppressione inaudita, oppure come Israele che da decenni porta avanti una politica di segregazione e di pulizia etnica contro la popolazione palestinese.
Quindi l’indignazione morale non c’entra un bel niente con le minacce di intervento militare diretto e con quello indiretto già in atto da almeno due anni in Siria da parte delle potenze occidentali (Italia compresa). Le vere ragioni stanno invece nella volontà di rapina e di dominio diretto tanto delle risorse umane quanto di quelle materiali della Siria. Esattamente come avvenuto in precedenza nei confronti dell’Iraq, dell’Afghanistan, della ex-Jugoslavia, della Somalia o della Libia.
Tutti questi paesi sono stati messi nella lista nera degli stati canaglia e successivamente brutalmente aggrediti con armi convenzionali e non, semplicemente perché non si piegavano supinamente ai diktat delle maggiori potenze mondiali, per aprire completamente e definitivamente i propri paesi alla penetrazione incontrastata dei capitali occidentali. Non a caso, come conseguenza di questi interventi “umanitari”, abbiamo avuto la distruzione di qualsiasi parvenza di entità statale autonoma, per evitare che anche le nuove classi dirigenti, per quanto insediate al potere per il loro ruolo di ascari delle grandi potenze occidentali, potessero nemmeno lontanamente immaginare e praticare una ricontrattazione con gli interessi di rapina delle potenze “umanitarie”.
Di fronte a questa evidente tendenza noi ribadiamo il nostro fermo punto di vista: non siamo tifosi di Assad, come non lo siamo stati ieri di Gheddafi o di Saddam, ma siamo altrettanto convinti che i maggiori terroristi e dittatori (del capitale) sono i nostri governanti travestiti da agnelli democratici che non hanno di mira tali regimi, con cui hanno abbondantemente collaborato quando gli conveniva, bensì il controllo diretto delle masse e delle risorse di quei paesi.
Non illudiamoci, la politica di aggressione delle grandi potenze non si arresterà!
Provvisoriamente questa nuova aggressione militare è stata fermata, sia per le divisioni interne al fronte delle potenze occidentali, le cui popolazioni erano prevalentemente ostili ad un nuovo intervento militare, sia per la netta presa di posizione della Russia e della Cina per le quali un attacco alla Siria rappresenta un ulteriore tassello della politica di accerchiamento portata avanti dagli Usa nei loro confronti ed un drastico ridimensionamento dei loro interessi economici e geopolitici nell’area mediorientale.
Ma tutto lascia prevedere che quello attuale non sarà l’ultimo capitolo della vicenda siriana, poiché Usa e Francia, ma anche le altre potenze occidentali, non hanno nessuna intenzione di mollare la presa. Intanto continuando a finanziare e ad armare il fronte dei ribelli, ma c’è da essere certi che non mancheranno di creare nuovi pretesti che possano giustificare e rendere credibile un loro intervento militare diretto in Siria. La stessa mozione con cui imporre alla Siria la consegna delle armi chimiche in discussione all’ONU – organismo completamente asservito agli interessi delle potenze occidentali- rischia di trasformarsi nella legittimazione ad un prossimo intervento armato così come avvenuto per la ex-Yugoslavia.
La partita è, quindi, solo rinviata. In tale contesto, tra l’altro, il rischio reale che una attacco alla Siria, per le ragioni sopra richiamate, possa incendiare tutto il Medio Oriente e trasformarsi in un conflitto generalizzato è molto concreto, così come realistico è che questa volta ne sarebbero investite anche le grandi potenze occidentali che negli ultimi decenni hanno sempre portato la guerra in altre nazioni senza mai avere delle conseguenze militari dirette sui propri territori e sulle proprie popolazioni.
Una ragione in più per opporsi radicalmente a questa politica di interventismo militare che nel corso degli anni ha seminato morte e distruzione (sempre in nome dell’aiuto umanitario e dei diritti umani), e che ora rischia di degenerare in un nuovo conflitto mondiale dagli esiti disastrosi per tutta l’umanità.
Del resto i nostri territori subiscono già gli effetti di questo crescente militarismo da molti punti di vista. La diffusione di basi militari con conseguente militarizzazione dei territori circostanti è solo uno di questi elementi. La presenza di armi di distruzioni di massa, come depositi di armi nucleari, chimiche e batteriologiche, rendono queste aree dei potenziali obiettivi militari in caso di conflitto generalizzato con esiti inimmaginabili per le popolazioni. Insediamenti militari come il MUOS in Sicilia (sistema di comunicazioni per coordinare l’attività dei velivoli che “umanitariamente” vanno a compiere esecuzioni e bombardamenti) hanno effetti altamente inquinanti e patologici sulle popolazioni che vivono nei paraggi. Inoltre la legislazione messa in atto per proteggere gli insediamenti militari viene estesa continuamente ad altre opere civili contrastate dalle popolazioni. Basti pensare agli inceneritori e alle discariche in Campania oppure più recentemente ai cantieri della TAV in Piemonte.
Ma è tutta la società che viene progressivamente investita dalle effetti di questo crescente militarismo e dall’isteria nazionalistica che l’accompagna. I militari che terminano il proprio periodo di permanenza nell’esercito vengono ricollocati nelle forze di polizia, dentro cui trasferiscono i brutali metodi che hanno imparato ad utilizzare contro le popolazioni dei paesi dove hanno svolto le missioni militari. In nome della sicurezza nazionale assistiamo ad un aumento spropositato dei livelli di repressione: si rafforzano i dispositivi giuridici contro i movimenti sociali, attraverso l’invenzione di nuovi reati e l’aumento esponenziale delle pene; si impediscono manifestazioni e presidi in nome della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale. Con la scusa delle emergenze più o meno create ad arte dai soliti mass media si diffonde l’utilizzo dell’esercito per il controllo dell’ordine pubblico in modo che le nostre città assomigliano a quelle occupate militarmente nel corso delle missioni all’estero. Ed esattamente come avviene nei paesi investiti dalle intervento militare “umanitario”, i carnefici si trasformano in vittime e chi protesta contro l’oppressione, lo sfruttamento, l’espropriazione e la devastazione dei propri territori diventa terrorista da contrastare militarmente e penalmente.
A tutto ciò va aggiunta l’incredibile cifra spesa per sostenere questo militarismo e che viene sottratta ad un suo possibile utilizzo sociale. Infatti, mentre i lavoratori, i precari, i disoccupati e le loro famiglie affogano tra licenziamenti, cassa integrazione, salari da fame o mancanza totale di un reddito; mentre circa 400.000 esodati sono abbandonati a sé stessi, mentre si riducono le pensioni e si continuano a tagliare la sanità e altre spese sociali, insomma, mentre continua la litania che per colpa della crisi e del deficit pubblico, non ci sono soldi per l’occupazione, per la sanità, la scuola, ecc., i governi – Berlusconi e Monti prima e Letta oggi – continuano ad aumentare la spesa militare. (Vedi riquadro).
La lotta alla guerra deve diventare un tema centrale in tutte le mobilitazioni.
Insomma dovrebbe essere evidente che la guerra esterna verso altri popoli va di pari passo con quella interna contro i proletari e si rafforzano a vicenda, entrambe sono finalizzate a difendere i privilegi e i profitti delle classi dominanti attraverso l’aumento dell’oppressione e dello sfruttamento.
Il tema del militarismo e della guerra non è qualcosa di distante a cui guardare distrattamente, ma ha direttamente a che vedere con le cause delle nostre condizioni di vita e con il clima politico che viene a crearsi nelle lotte che conduciamo per migliorarle e difenderle.
Ci pare che vi sia più di una ragione affinché l’opposizione ad un intervento militare in Sira, diretto o indiretto come già avviene da tempo, e più in generale al militarismo del nostro governo, diventi un tema costante che deve attraversare tutte le vertenze in atto.
L’opposizione alla guerra non può essere infatti un optional delle lotte per la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro, ma, insieme alla lotta contro il complesso delle politiche governative, deve diventare il terreno unificante sul quale respingere al mittente la politica dei sacrifici, della precarietà, della disoccupazione e della repressione, finalizzata alla difesa dei profitti.
Per questo motivo intendiamo sollecitare gli attivisti più sensibili presenti nelle mobilitazioni sociali a dare il proprio contributo e a partecipare al comitato contro la guerra

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