Aleppo, madre di tutte le disgrazie

Aleppo, madre di tutte le disgrazie

Vittime palestinesi, curde, armene, assire, cristiane della ribellione

 

di Bahar Kimyongur

 

 

Il movimento « ribelle » aveva promesso di fare della Siria un paese libero e democratico. Ad Aleppo, il suo discorso settario e i suoi metodi crudeli hanno spinto comunità tradizionalmente opposte al regime a difendersi, armi alla mano, contro la « rivoluzione »e tavolta anche ad accogliere a braccia aperte l’esercito nazionale. Pur rimanendo forte sul piano militare grazie ai successi conseguiti nel nord del paese con l’aiuto della Turchia e dei suoi alleati, la ribellione sembra sconfessata e politicamente condannata dalla maggioranza degli aleppini, cristiani o musulmani che siano.

 

In uno dei rari comunicati nei quali l’Afp fa parlare gli aleppini contrari alla ribellione, si può leggere quanto segue : «A differenza di altre città,  Aleppo e i suoi 2,7 milioni di abitanti, per molti mesi erano rimasti ai margini della contestazione, provocando la rabbia dei contestatari i quali avevano scritto su uno striscione : ‘Aleppo non si solleva nemmeno con il Viagra’~».

 

Città piacevole, prospera e multiconfessionale, Aleppo avrebbe potuto allinearsi alla « rivoluzione » se l’Esercito libero siriano fosse stato davvero rivoluzionario, cioè pluralista, patriottico, rispettoso delle minoranze e delle proprietà pubbliche e private.

 

Ma non è andata così. Dopo oltre tre mesi di occupazione della città da parte dei combattenti dell’Esercito siriano libero (Esl) giunti dall’entroterra e dal vicino governatorato di Idlib, i fatti si impongono : a parte alcuni quartieri poveri e permeabili al discorso religioso o meglio settario dell’Esl, la maggioranza della popolazione respinge la ribellione.

 

Aleppo finirà per pagare il suo tradimento nei confronti degli insorti : pspedizioni punitive contro gli abitanti non assoggettatisi, come l’esecurzione dei membri del gruppo Berri, di funzionari amministrativi, di impiegati postali , negozi distrutti e saccheggiati, popolazione cacciata, musei, centri culturali, chiese e luoghi storici saccheggiati, moschee svuotate degli imam e dei fedeli « pro regime », il grande suk incendiato…Nemmeno la grande sinagoga di Aleppo, patrimonio mondiale dell’Unesco, è stata risparmiata dalle distruzioni.

 

Ecco una breve panoramica su quanto vissuto dalle diverse minoranze cittadine.

 

Vittime armene della ribellione

Circa 80mila armeni vivino in siria, concentrati soprattutto nelle grandi città come Damasco e Aleppo. Sono in gran parte i discendenti degli armeni deportati e martirizzati dal regime turco nel 1915. Gli armeni di Siria respingono l’Els in ragione del suo profilo settario e anche perché l’Els è sostenuto dalla Turchia, storico carnefice del popolo armeno.

Sono vittime di una guerra della quale non si sentono parte, anche se la morte di Vigen Hayrapetian, sergente dell’esercito nazionale, ucciso ad Aleppo in un duplice attentato terroristico che è costato la vita a 28 persone, evidenzia il loro allinearsi con il regime baathista come male minore. Decine e decine di armeni sono rimasti uccisi nei tiri incrociati o in attentati con autobombe.  Alcuni sono stati rapiti da sconosciuti per ragioni finanziarie. I rapimenti per il riscatto : ecco una delle facce del caos imposto dai ribelli nel paese.

 

A fine ottobre, la chiesa di san Kevork nel quartiere Midan (Nor Kyugh in armeno) è stata incendiata dai ribelli, con danni alla vicina scuola armena.

 

Per proteggersi dall’Esl e dalle sue cattive frequentazioni jihadiste (Fronte Al Nosra, Liwa al Tawid ecc) e dalle sue bande criminali, gli abitanti armeni di alcuni quartieri di Aleppo si sono uniti ai « comitati popolari », organizzazione cicile progovernativa di autodifesa simile alla prima generazione dei Comitati cubani di difesa della rivoluzione (Cdr). Diversi armeni di Aleppo ma anche di Kassab (lattakia) e Damasco si sono armati per assistere l’esercito nelle operazioni antiterroriste.

 

Vittime curde della ribellione

Come gli armeni, la maggior parte dei curdi – pur sunniti –si tengono lontani dall’Esl per il suo discorso confessionale e la sua vicinanza dal regime di Ankara. I curdi sono circa il 10% della popolazione siriana, dunque intorno ai due milioni. Lkcuni curdi hanno occupato posti importanti nell’amministrazione e nella gerarchia militare e religiosa, ma la loro storia è anche una storia di discriminazioni da parte di uno stato la cui dottrina ufficiale basata sull’arabità di fatto esclude questa popolazione non araba.

 

L’emarginazione li ha portati a ribellarsipiù di una volta contro il governo di Damasco ; nel 2004 furono vittima di una repressione brutale.

 

All’inizio della rivolta del 2011, il presidente Bashar El Assad ha accordato la nazionalità siriana a 300mila curdi. Ha anche fatto liberare numerosi detenuti politici, soprattutto membri del Pyd (Partito dell’unione democratica curda vicino al Pkk in guerra con Ankara) e promnesso una maggiore autonomia.

 

Questo nuovo rapporto fra Damasco e il principale movimento di opposizione curda, una specie di patto di non aggressione, ha portato il Pyd ad adottare una fragile politica di equidistanza fra le truppe governative e l’Esl.

 

Ad Aleppo il quartiere curdo di Achrafiyeh controllato dal Pyd ha dunque mobilitato la propria milizia contro le insursioni dell’uno o dell’altro campo. A fine ottobre, quando i ribelli fra cui certi gruppi curdi favorevoli all’Esl, come il partito Azadi e il « battaglione Saladino » hanno occupato il quartiere, i simpatizzanti del Pyd hanno manifestato contro una violazione flagrante della loro sovranità politica e del loro territorio. Ma i ribelli dell’esl, così pronti a denunciare la repressione dell’esercito governativo contro manifestazioni pacifiche, non hanno esitato ad aprire il fuoco sui manifestanti, uccidendo una decina di membri del Pyd. Trenta persone sono morte negli scontri successivi fra curdi che si considerano neutrali nel conflitto « interarabo » e curdi pro-Esl appoggiati da elementi jihadisti. Cenftinaia di persone sono state fatte prigioniere  dai due campi. E almeno una di queste, Khaled Bahjat Hamdu è stato torturato a morte dai ribelli.

 

Vittime palestinesi della ribellione

In Siria, secondo l’Unrwa, Ufficio Onu incaricato dei rifugiati palestinesi, i palestinesi rifugiati in Siria sono 510mila, un terzo dei quali a Damasco. Sono in gran parte sunniti come l’Esl. Ma la maggior parte di loro rifiuta di partecipare a questo conflitto che nuoce alla causa palestinese.

 

Come molti curdi, armeni, arabi cristiani, sunniti, sciiti o alauiti, i palestinesi progovernativi si sono organizzati in comitati popolari per impedire  che l’Esl o gruppi jihadisti prendesseroil controllo dei loro campi

 

I palestinesi di Aleppo troppo neutrali nel conflitto siriano o troppo vicini al Fronte popolare per la liberazione della Palestina- Comando generale (Fplp-GC) di Ahmed Jibril, alleato tradizionale del governo di Damasco, sono anch’essi nel mirino dell’Esl. In realtà, è dall’inizio della ribellione che la tensione è altissima fra i ribelli e i palestinesi non allineati con l’emiro del Qatar.

 

Un mese prima dell’invasione di Aleppo da parte dell’Asl, sedici palestinesi del campo di Nairab sono stati atrocemente uccisi e mutilati nel nord di Aleppo ; un massacro compiuto da un gruppo ribelle siriano e condannato anche da Hamas, pur in rotta con il governo siriano.

 

Il 28 settembre 2012 quattro palestinesi sono stati uccisi da gtiri di mortaio dell’Esl contro il campo palestinesi di Nairab, vicino ad Aleppo.

 

Sarebbero 528 i palestinesi uccisi in Siria in un anno e mezzo, negli scontri fra ribelli ed esercito, fra ribelli e palestinesi pro-regime, fra palestinesi pro-ribelli ed esercito, o  per omicidi mirati da parte di ribelli e del regime, o durante la detenzione

 

Vittime assire della ribellione

Vivono in Siria un milione di assiri, principalmente nella Diézirah (governatorato di Al Hassaké) e ad Aleppo. In questi ultimi anni sono cresciuti di numero per l’arrivo di migliaia di assiri dall’Iraq, dopo l’invasione americana del 2003 e la crescita del terrorismo takfirista. Gli assiri sono semiti. Parlano aramaico, la lingua di Cristo. Ma non sono arabi. Nemmeno loro dunque si ritrovano nel paradigma baathista.

 

Il potere ha combattuto con violenza le loro rivendicazioni identitarie e i loro movimenti politici. Eppure la maggioranza degli assiri ritiene che la laicità promossa dal governo sia il male minore rispetto all’Islam politico.

 

Il principale mopvimento assiro, l’Assyrian Democratic Organization (Ado) fa parte del Consiglio nazionale siriano (Cns), anzi ne è membro fondatore. Eppure l’Esercito siriano libero, invece di riuscire ad attirare verso di sé la popolazione assira tradizionalmente refrattaria all’ideologia ufficiale, è riuscito ad alienarsela.

 

Il 21 ottobre il complesso sociale Beth Hasda diquesta comunità cristiana è stato sfiorato dall’esplosione di diverse vetture imbottite di esplosivo. Un attentato rivendicato dal Fronte Al Nosrah (7). Conque giorni dopo, il Fronte Al Nosrah è entrato in forze nel quartiere assiro. Un abitante è stato ucciso, molte famiglie sono state cacciate da casa. L’esercito governativo è poi intervenuto e le famiglie sono tornate a casa. Il quartiere è tornato calmo. Ma fino a quando ?

 

Conclusione

Arabi, curdi, palestinesi, amreni, cristiani e musulmani sono vittime della lotta mortale in corso ad Aleppo. Molti abitanti della città rimproverano ai ribelli di aver portato in conflitto fin dentro i quartieri residenziali, dentro le loro case. Un abitante di Aleppo parla perfino di « terrorismo assassino venuto dal deserto » .

Così la « madre di tutte le battaglie » è diventata la madre di tutte le disgrazie.

 

Ad Aleppo come ovunque, in Siria.

 

Gli uni hanno atteso l’arrivo dei loro liberatori ribelli.

Gli altri hanno atteso l’arrivo dei loro liberatori governativi.

 

Gli uni subiscono le incursioni dell’esercito nazionale.

Gli altri subiscono l’invasione dellloro quartiere da parte di combattenti estranei alla città e alla stessa nazione.

 

Gli uni sono vittime di bombardamenti da parte dell’aviazione e dell’artiglieria perché in mezzo a loro si nascondono i ribelli armati.

Gli altri sono vittime di autobombe, dei tiri dei cecchini, dei missili e dei mortai perché ospitano nelle loro aree l’esercito nazionale.

 

Gli uni prendono le armi e raggiungono i ranghi dei ribelli armati.

Gli altri prendono le armi e aiutano l’esercito nazionale.

 

Gli uni si arrabbiano con i vicini che non si allineano alla « rivoluzione contro la dittatura ».

Gli altri si arrabbiano con i vicini che ospitano « terroristi » e squadreche hanno affossato la pace fra le comunità.

 

Gli uni si lamentano perché l’Esl non riesce ad avere la meglio sull’esercito governativo.

Gli altri si lamentano perché l’esercito nazionale non riesce a proteggere la loro vita e i loro averi.

 

Gli uni malediscono l’esercito nazionale.

Gli altri rendono omaggio all’esercito nazionale come « houmat Al Divar », guardiano della patria.

 

Eppure sono tutti di Aleppo.  Tutti siriani. Tutti umani. Tutti. O quasi.

 

 

 

Articolo di Bahar Kimyongur  –  autore di “Syriana, la conquête continue” (ed. Couleur Livres & Investig’action, 2011), portavoce del belga “Comitato contro l’Ingerenza in Siria – Cis” –  facente parte del Collettivo Investig’action: un mirabile esempio di giornalismo che fa onore al suo fondatore: Michel Collon.

 

Traduzione M.C.

 

L’articolo originale è all’url : http://www.michelcollon.info/Alep-mere-de-tous-les-malheurs.html

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